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Qualche anno fa sono finita al pronto soccorso. Ero in lacrime perché avevo un dolore fisso acuto e parecchio invalidante e nessuno degli specialisti ai quali mi ero affidata nelle due settimane prima ci aveva creduto, fino a che non era quasi “troppo tardi”.

Quando stai così male e ti ritrovi sballonzolata all’improvviso tra un lettino, una sala d’aspetto e una sala rossa senza avere ancora la possibilità di capire che cosa hai, hai solo qualcosa a cui poterti aggrappare: le persone. Ricordo perfettamente che in mezzo a tante voci concitate e a qualcuno che mi ficcava un ago di qua e un ago di là, un’infermiera mi ha guardato e mi ha chiesto, fissandomi negli occhi “Tesoro, come ti senti?” Era bionda con i capelli corti un po’ sparati in alto e degli occhi azzurri brillanti un po’ truccati. Io credo che lei sapesse che i suoi occhi erano così belli da poter rassicurare chiunque. In ogni caso io la ricordo bene mentre non ricordo nessun altro. In quel frangente è stato importante sapere che una fatina dagli occhi azzurri si fosse interessata a me, che non mi sentivo già da qualche giorno padrona del mio corpo e del mio respiro. Ti senti molto meno carne da macello quando qualcuno nel tuo non capirci niente di un pronto soccorso ti rivolge una parola gentile.

In questo periodo ho frequentato ospedali e la mia infermiera bionda mi è tornata in mente mentre vedevo il via vai degli infermieri di turno nella stanza di mio padre. Li ho osservati un sacco, tutti quelli che mi è capitato di incontrare.

Occhi azzurri o no, questi sono angioletti custodi senza ali ma con un mestiere complesso, faticoso e credo, snervante. Forse mi dovrei mordere la lingua ogni volta che dico che il mio lavoro sia faticoso. 

Loro sono troppo importanti anche per noi che i nostri cari li abbiamo lì dentro. Sono le uniche persone che veramente i pazienti frequentano quando restano tanto tempo in quelle strutture e di cui possono fidarsi. Ed è per questo che ci si affidano, che li cercano per qualsiasi necessità ma anche a volte per scambiare un sorriso. E loro sanno benedi essere il prolungamento del braccio di quei pazienti e gli unici punti di riferimento per queste persone un po’ perse…che è anche una grandissima responsabilità.

Si è parlato tanto del personale sanitario come ad angeli durante la pandemia. A volte rischiamo di dimenticarlo e io per prima lo faccio ma in questo periodo che ho frequentato varie strutture ospedaliere, li ho sempre guardati con ammirazione, concludendo che sì, tutti questi infermieri sono proprio le colonne portanti della guarigione delle persone a cui vogliamo bene.

Ho sperato quindi che capitassero anche a mio padre degli angioletti biondi con i capelli sparati in testa e con gli occhi azzurri un po’ truccati che lo facessero sentire un po’ meglio anche solo per un momento, magari proprio quando si sentiva peggio e pensava che non ce l’avrebbe fatta. E magari perchè no, che fossero così rassicuranti da essere ricordati anche a distanza di anni. Proprio come è accaduto a me. Chi può saperlo, magari era veramente un angelo.


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