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La prima cosa che mi è accaduta a New York, la primissima volta che sono stata a New York, è stato restare chiusa in ascensore, da sola. “Chiusa” ed “ascensore” sono due parole che una accanto all’altra non mi sono mai piaciute e le associo sempre ad una reazione ansiogena certa.

Eppure, New York è l’unico posto al mondo che forse con le sue buone onde e con le aspettative che avevo accumulato negli anni, film dopo film, racconto dopo racconto, mi ha rassicurato. Non so come sia accaduto ma invece che essere colta da una crisi isterica, sono rimasta impassibile, scampanellando senza stress sul tasto alarm e aspettando paziente che qualcuno mi liberasse. In quel frangente ho capito che, tutto sommato, qualcosa di positivo era già scattato tra me e lei. 

Questione di chimica, a volte. E sono le volte più belle.

Non ero mai stata a New York. E la mia prima volta a New York, non è suonata come certe prime volte che vanno riprovate per farsele piacere, come la prima torta che prepari che non lievita mai, il primo giorno di lavoro che è sempre il peggiore o certi primi appuntamenti che zoppicano e non sai se offrirgli una seconda possibilità, o come quando giocando a tennis non ti entra il primo servizio e punti tutto sul secondo e salvifico tentativo.

A New York sono stata pochi giorni, non abbastanza per saperne tanto o averla conosciuta bene. L’ho conosciuta come si conosce qualcuno con cui si ha un colpo di fulmine e si passa un week end fuori dal comune ma poi devi ripartire e magari non avrai fatto in tempo neanche a raccontarti qual è il tuo colore preferito ma è andata così.

Salvo che con New York non puoi mandarti whatsapp a distanza per dirti che è stato bello e come seguito ti restano “solo” le sue vibrazioni addosso, tanti ricordi e le foto che hai scattato con il tuo cellulare. Per una volta, niente chat. Evviva.

E nel breve ma intenso colpo di fulmine New York mi ha visto sorridere, ridere ma anche commuovermi per qualcosa. Quella commozione sorridente di quando resti all’improvviso sorpresa per una bella notizia inaspettata. E come ogni breve storia d’amore che si consuma in fretta, sai che forse non sarà per la tua vita ma la ricorderai per un po’ con il sorriso stampato addosso fino a che scivolerà pian piano nell’archivio delle cose che ti sono accadute.

D’altronde New York è coinvolgimento, è chimica.

New York è dove tutti vanno di fretta. Appena arrivi ti chiedi “perché corrono?” e poi dopo un’ora cammini spedita anche tu andando perfettamente a tempo con gli altri, tenendo il tuo caffè americano in mano.

New York è camminare parecchi chilometri al giorno.

È scarpe da ginnastica e tacco 12. Il contrasto che amo di più.

È dove ti puoi commuovere al musical di The Lion King sulle note di Hakuna Matata.

New York è dove ho avuto la grazia del bel tempo quasi tutto il tempo.

È dove puoi canticchiare e ballare ai semafori senza che nessuno ti guardi come una fuori di testa.

New York è libertà.

È dove non cammini mai da solo.

New York è effetti speciali.

È un ristorante giapponese nascosto, con una bella atmosfera, dove lavorano persone gentili che si meritano la tip più alta.

È un ottimo sake.

È sirene dei vigili del fuoco assordanti.

È lo store fantastico di uno dei miei giocattoli preferiti, i Lego, nel quale l’unica over 15 a farsi foto entusiasta, sono io.

È lavori in corso ad ogni angolo.

Sono le porte girevoli delle quali avevo paura da bambina.

New York è librerie bellissime.

È tanti senzatetto, purtroppo.

È gli Airpods e la musica mentre cammini. 

New York è sedersi sulle miriadi di panchine, sedie e poltroncine ed osservare, leggere, mangiare, bere un caffè, riposarti, pensare.

È dove ho raccolto le idee su quelle panchine perché Settembre per me è molto più importante del primo Gennaio.

È food trucks di hot dogs e gelati.

È luci.

È un parco pieno di gente alle 12 di mattina.

È giovani in formissima che corrono a Central Park.

È sweetgreen con le sue insalate che hanno salvato il mio fegato e i dressing dai quali non si scappa.

È un piccolo dumpling bar che avrei portato con me a casa.

È taxi gialli.

È “The New Yorker”.

New York è il Chelsie Market.

È una boccata d’aria sulla High Line.

New York è guardare in su. O guardare in giù. Dipende dai punti di vista.

È dove ti manca il fiato quando arrivi in cima al settantesimo piano ed è dove provi cosa vuol dire stare molto più di tre metri sopra il cielo e restare lì, su tra le nuvole, come se tutto si fosse all’improvviso rimpicciolito, le strade, i palazzi, le macchine, insieme anche alle tue preoccupazioni. 

È allora che, come in preda ad un incantesimo, vorresti rimanere lì, come un astronomo a vedere le stelle da lontano, o come Zeus a scagliare fulmini dall’alto o Cupido a scoccare frecce alle persone trecento metri più in basso.

Dopo un po’ però ti svegli dall’incantesimo. Vedere le cose così piccole ti fa realizzare che non puoi restare a lungo così tanti metri sopra il cielo perché dopo un po’ quasi non vedi più nulla. Prima o poi dovrai scendere e tornare a vedere tutto più grande e meno incantato. Una volta sceso però avrai una nuova domanda con te, e quello che ti serve capire, in quei quarantacinque secondi di ascensore verso il basso è quale vuoi che sia, da domani in poi, il tuo modo per trovare i tuoi personalissimi “tre metri sopra il cielo”.

Quale vuoi che sia il settantesimo piano della tua vita?

New York è vita. È ispirazione e motivazione. 

Ed è questione di chimica. Come nelle storie più belle.


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