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Ogni tanto ci penso. Che possiamo anche vivere nel mondo digitale noi esseri umani ed essere dipendenti da schermi touch toccati all’impazzata tutto il giorno.
Possiamo interagire pigramente su whatsapp illudendo di capirci quando in molti casi non è così. Che sì, possiamo passare il week end a postare e osservare il mondo virtuale dietro i nostri schermetti.

Ma se ci pensate, alla fine non siamo della stessa natura degli schermi con i quali comunichiamo distrattamente. Siamo fatti di carne ed ossa ed è lì che misuriamo ciò che viviamo, non in quel mondo così freddamente virtuale.
E’ giusto secondo voi? Se comunichiamo come fossimo dei robot, tutti nella stessa maniera, non dovremmo anche soffrire come robot?

Dai, quanto vorreste essere robot, alcuni giorni? Come Super Vicky, la ragazzina di un telefilm che guardavamo da piccoli.

Che dite, vi piacerebbe?

Mah, sì, dai, potete dirlo. Ad esempio che a volte, forse, ci piacerebbe essere robot per essere in grado di proteggerci da soli dai dispiaceri, o no?

Avete mai pensato all’effetto che fa un dispiacere su di voi? Quando avete le difese basse, siete felici, è una bella giornata e lo scudo per difendersi è riposto in cantina.

Un dispiacere arriva come un fulmine e senza seguire una regola, lì dritto come se qualcuno avesse preso la mira e ti ci avesse conficcato una freccia. Dove? Lì dentro al petto ma non al centro, nella parte sinistra, quella nella quale c’è il cuore. Come se ti si conficcasse uno spillone lì e questa tensione arrivasse fino al collo come un’edera rampicante e ti paralizzasse una parte del corpo.

Se il tuo cuore è grande, basta una mira meno buona per colpirti.

E’ quando proviamo quelle emozioni forti che se le parti del corpo si illuminassero come una cartina tornasole in base al punto che sta soffrendo, ci accenderemmo come dei soli infuocati, lì sul cuore. Eh ma quanto fa male fa accendersi lì?

Per carità, ammettiamo che mi sento un po’ esagerata, e questo fa parte della licenza poetica di uno scrittore, ma  la sensibilità su queste cose non penso sia distribuita allo stesso modo tra tutti noi. Molti probabilmente non si ritroverebbero minimamente con questa storia dello spillone e dell’edera. E quindi…è la prova che alcuni simil robot sono tra noi. Beati loro, diremmo in certi giorni.

Però sapete che c’è? Che in fondo, quei robot lì, così come non sentono il freddo non sentono neanche il caldo. E non so voi, ma io non mi cambierei mai con qualcuno che non sente il caldo. Penso sempre alla fortuna e alla bellezza così pura e naturale delle sensazioni belle, quelle che trasmettono caldo, lo irradiano e lo contagiano. E a volte insegnano ad altri cuori a sentire caldo. Il contagio più bello.

E’ la parte unica degli esseri umani, dotati di testa e di cuore. Che quando comunicano bene creano un meccanismo stupendo.

E quel cuore che a me, quando scoppia, mi fa colare il trucco per le lacrime di gioia e di contentezza.

E no, non cambierei mai il mio cuore. Ne vado troppo fiera.

Al limite risolverei comprando un mascara waterproof.

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