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Adoro le canzoni italiane. Le conosco quasi tutte.

Specifico meglio. Ho una predilezione per le canzoni italiane di una volta. Anche se ogni tanto lo dimentico, presa dalla routine radiofonica che mi accompagna nei viaggi in macchina per andare e tornare dall’ufficio. Sento per lo più distrattamente quello che vogliono le radio più gettonate, anche se cambio stazione quando c’è un rap un po’ troppo trap. Sono gusti.

Poi però, se all’improvviso sento per caso una canzone-italiana-di-una-volta, la canticchio, ed entro in un vortice nel quale, per un po’, sento canzoni-italiane-di-una-volta a ripetizione. Anzi, un po’ ascolto e molto canto. 

Ma quanto ci fa bene ascoltare musica?

Mi rendo conto che poi, con il passare degli anni, ascolto di più le parole e sono sempre più attenta ad ogni parola anche per deformazione, perché ormai le parole mi piace anche scriverle, giocarci, come pezzetti di un puzzle, creare combinazioni nuove e azzardate, come quando costruivo con i lego case senza tetto o torri pericolanti. Non a caso le canzoni di Cesare Cremonini sono entrate dritte dritte dentro al mio primo libro, le ho usate un po’ come il “la” del diapason che serve per trovare la giusta intonazione per ogni capitolo.

Ieri sera c’era il Festival di Sanremo ed ero incuriosita dalla serata cover. Così ho deciso di non farmi tentare da nessuna serie alienante di Netflix, ho preso un bel bicchiere di vino e mi sono rilassata con il sottofondo del Festival.  Cover di vario genere, da Mia Martini a Vasco Rossi, a Dalla, per arrivare addirittura a Papaveri e Papere (che mi piace perché mi ricorda mia nonna che me la cantava sempre da piccola).

Ed ecco che mi si è accesa a più non posso la voglia di canzone italiana DOP e IGP (prendo in licenza le sigle dall’agroalimentare). 

Sarà anche che ho nostalgia di quando in questo periodo da piccoli io e mio fratello con i miei genitori compravamo le musicassette del Festival di Sanremo in autogrill e le sentivamo in macchina mentre andavamo in montagna (leggi anche http://variegatoaitrenta.com/2018/02/14/festival-di-sanremo/).
Sarà che ho nostalgia di questo, soprattutto da quando, la mattina dopo il Festival vado a lavorare, quindi non posso comprare musicassette in autostrada e ascoltarle spensieratamente mentre fremo per mettermi la tuta da sci e appendermi ciondolante allo skilift. A parte il fatto che non ci sono più le cassette e stanno sparendo gli skilift.

Ci penso ogni anno nel periodo di Sanremo. Non ci sono più le cassette. Abbiamo nuovi modi di fruire della musica. E allora penso che ho youtube però e spotify che possono, al bisogno, inondarci di musica, e il tragitto dell’ufficio che non scorre come l’autostrada ma mi costringe comunque a stare molto tempo in macchina. 

E allora sento un po’ di tutto, dagli anni ’60 in poi, da Battisti a Mia Martini alla Vanoni a Lucio Dalla a Tozzi. Poi viro, torno nella me nata nell’83 e e ci metto in mezzo Cremonini e qualche genio contemporaneo. 

Stamattina ho voluto risentire Lui e Lei. Tiziano Ferro che canta Mia Martini. Che è da brividi.

L’ho ascoltata più di una volta, da casa all’ufficio. La mattina la musica la uso in maniera circolare come una dinamo, per caricarmi di energia, perché è questo l’effetto che fanno le canzoni che ci piacciono.

 La musica fa bene. Anche se, quale effetto facciano queste canzoni su ognuno di noi, è soggettivo. 

A volte possono semplicemente amplificare uno stato d’animo. Se sei allegra le canzoni che senti sia che siano allegre o tristi ti fanno diventare più allegra, se sei triste sia che siano allegre o tristi ti fanno esplodere in un pianto a dirotto. In tutti i casi però ti fanno cantare.

E vorrei sapere chi, cantando, poi alla fine non si sente meglio? Le canzoni sono depurative quando siamo intossicati di pensieri o quando siamo stanchi.

Ecco perché ci affidiamo a loro per veicolare i messaggi più importanti. 

C’è chi gli affida dediche, denunce o serenate. 

Oppure gli si affida un momento preziosissimo, come il momento del proprio relax, con un bicchiere di vino e tante nubi dentro la testa. E gli affidiamo la capacità di spazzare le nubi, almeno per un po’. Ecco perché ci viene voglia di avvolgere il nastro e far ripartire la cassetta. Oppure di accendere la tv per ascoltare le cover o comprare un biglietto per un concerto.
L’importante è che sia musica. Che spazzi le nubi. O alleggerisca la giornata.

“Tutto il resto è noia, noia noia”.

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